Tribunale d’arbitraggio tocca all’Italia

Chi segue i dibattiti sul TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership – USA) e sul CETA (Comprehensive Economic and Trade Agreement – Canada) avrà osservato che feroci discussioni si sono concentrate sul cosiddetto tribunale di arbitraggio. Questo è un fumoso meccanismo con cui una società privata internazionale può chiedere a uno Stato sovrano rimborsi da mancato introiti per disposizioni prese e che possano bloccarne o limitarne l’attività. Forse è bene ricordare che, in teoria, gli arbitri selezionati sono tre: uno ciascuno nominati dalle due parti in causa e il terzo individuato di comune accordo dai due arbitri scelti.

Nella discussione si portano esempi o riferimenti a situazioni reali che sono avvenute in altri continenti e nazioni. I primi a subire questi “arbitraggi” sono stati i paesi emergenti, poi via via i più ricchi come la Germania citata da Vattenfall per €3,7 miliardi a causa dell’uscita dal nucleare; o il Canada citato da Lone Pine per €250 milioni a causa della limitazione della fratturazione idraulica.Il “problema” è arrivato anche in Italia: siamo stati citati via un tribunale di arbitraggio da una multinazionale petrolifera per aver voluto proteggere il nostro litorale da rischi di inquinamento. La compagnia britannica Rockhopper Exploration, infatti, vorrebbe essere indennizzata dall’Italia che ha legiferato l’interdizione di tutte le nuove attività esplorative a meno di 12 miglia marine dalla costa. Tali restrizioni erano state introdotte temporaneamente nel periodo 2010 – 2012 a seguito dei danni causati negli USA dall’esplosione della Deepwater Horizon, e reintrodotte dal Parlamento Italiano con decreto del 7/12/2016 tradotto in legge (GU Serie Generale n.78 del 3-4-2017): Disciplinare tipo per il rilascio e l’esercizio dei titoli minerari per la prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi liquidi e gassosi in terraferma, nel mare territoriale e nella piattaforma continentale. (17A02414).

Il “crimine” di cui si macchia l’Italia è di salvaguardare le proprie coste da una possibile marea nera, come quella verificatasi negli USA e in altre parti del mondo. A quanto pare la salute delle persone e dell’ambiente, la bellezza e la salvaguardia del paesaggio sono, secondo la multinazionale, secondari rispetto ai permessi acquisiti per l’esplorazione petrolifera e di gas.

Tutto si basa su autorizzazioni del 2015 che Rockhopper ha ottenuto per un giacimento sottomarino nell’Adriatico – Ombrina Mare – a 10 km dalle coste degli Abruzzi (scoperto da un’altra società di prospezioni, ma acquistato da Rockhopper per circa €64 milioni). L’indennizzo richiesto si baserà sui mancati guadagni e non sugli investimenti già fatti. Ora la multinazionale stima per i giacimenti: 40 milioni di barili di petrolio e 184 milioni m³ di gas.

Perché ne parliamo? Perché la motivazione su cui si basa la richiesta della Rockhopper è che il trattato della Carta Europea dell’Energia richiede di “fornire una piattaforma stabile per gli investimenti nel settore dell’energia”. Il trattato non prevede però forme di arbitraggio, per questo Rockhopper indica che per l’arbitraggio “Potrebbe essere necessario qualche tempo per produrre un risultato, e non vi è certezza del successo”.

E se succedesse la stessa cosa anche per il suolo con i giacimenti sulla terra ferma? Allora bisogna che la legislazione italiana sul consumo di suolo, attualmente in discussione alle Camere, preveda espressamente l’impossibilità del ricorso ad arbitraggi.

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