Fiume Bruna – No all’inquinamento delle falde

Un caro amico, sempre impegnato nella lotta per la giustizia e la dignità, affermava di avere attaccato alla schiena un cartello di divieto di sosta che nessun altro poteva vedere. Quel cartello gli ricordava in ogni momento che non poteva “fermarsi” e che l’impegno contro le ingiustizie lo obbligava ad essere presente là ove una battaglia per la dignità dell’essere umano era in gioco. Questa rubrica ha lo stesso approccio. Segnala azioni, battaglie, idee, esperienze che permettono al lettore di “scoprire” opzioni alle quali aderire, se possibile, o meglio ancora da “copiare”.

Segnaliamo questa volta il cammino intrapreso dal Comitato per la difesa del fiume Bruna (vedi foto) per dire no al deposito di gessi rossi nella cava Bartolina. I gessi rossi sono i residui della produzione del biossido di titanio (colorante bianco utilizzato in industria e alimentazione, possibile cancerogeno secondo sia l’OMS che l’UE) uniti alla polvere di marmo delle cave di Carrara. Una volta in presenza di acqua, questi “gessi” cedono nelle falde valori fuori norma di cloruri, cromo, vanadio, solfati e manganese, tutti elementi considerati cancerogeni.

Di cosa stiamo parlando?

“Il Bruna è un fiume di Grosseto, la cui notevole falda viene utilizzata da circa 15.000 ha, rendendo possibile nella piana la creazione di numerose eccellenze di agricoltura specializzata. La grande cava Bartolina si trova a soli 70 metri dal fiume e lo scavo a tale ridotta distanza, con esplosivi, è stato autorizzato nel 2010, ma a fronte del suo recupero successivo con la realizzazione del più grande lago artificiale della zona, progettato ed approvato”

 Quindi la grande Cava Bartolina doveva servire a creare un lago artificiale, ma qualcosa (qualcuno?) è intervenuto e si è voluto usare questa grande “buca” per scaricarvi i “gessi rossi”. L’allarme è venuto subito dai contadini della zona – che si sono costituiti nel Comitato di difesa -, dalle associazioni agricole e ambientalistiche, tutti fortemente preoccupati dell’impatto che i residui industriali sopracitati avranno sulle falde freatiche. Va tenuto presente che entro alcune centinaia di metri dalla Bartolina vi sono importanti aziende agricole nazionali (spesso biologiche), agriturismi e ristoranti. Inoltre il fiume sfocia in una zona di spiagge turistiche fortemente frequentate. Infine, va sottolineato che dalla falda del fiume Bruna si preleva l’acqua per l’acquedotto di vari comuni e centri urbani.

È cosí iniziata la battaglia che ha visto la formazione del Comitato, il ricorso al TAR, la sensibilizzazione di rappresentanti politici locali e regionali, la sollecitazione dei media, le azioni di informazione e l’appello per fare in modo che la lotta degli agricoltori non diventi la solita lotta tra poveri. In effetti, chi si oppone alle ragioni degli agricoltori solleva la ragione della perdita dei posti di lavoro del polo chimico di Scarlino da cui provengono i “gessi”. Questi ultimi non si soffermano a comprendere che, in assenza di salvaguardia ambientale, i costi economici, fisici e di salute sono sempre ben più alti. Vanno allora considerate le altre possibili soluzioni che il Comitato indica per il deposito dei gessi rossi, come ad esempio in alcune delle cave abbandonate (sempre in Toscana), ma abbastanza lontane da falde acquifere.

Lo scontro con gli amministratori territoriali è già cominciato e noi aderiamo all’invito a non lasciare soli gli agricoltori maremmani.

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