non siamo soli!

Oosterwold (Olanda) – Agricoltori urbani

In Olanda, di fronte ad Amsterdam, c’è una nuova città che si chiama Almere ed ha una popolazione di circa 210 mila abitanti. Come tutte le città, anche Almere sta espandendosi e per farlo deve utilizzare nuove superfici. In Olanda, le nuove aree sono quelle che si possono strappare al mare (polder). La nuova zona prevista per l’insediamento, Oosterwold, ha una superficie di circa 4300 ettari e potrà ospitare circa 15mila gruppi familiari per un totale di circa 50mila nuovi residenti.

È la classica speculazione edilizia? Non proprio. L’attribuzione delle superfici è condizionata: almeno 50% dell’area attribuita deve essere usata per coltivazioni e produzione di cibo. In altre parole, i residenti, anche se lavorano in città e hanno attività non legate all’agricoltura, debbono coltivare almeno in parte la superficie agricola attribuita.

Si tratta di una nuova forma di abitante: l’agricoltore urbano.

Va premesso che questo esperimento è condotto nel quadro di un progetto di ricerca europeo DESIRA (Digitisation Economic and Social Impacts in Rural Areas) ed è seguito da università e associazioni della società civile. DESIRA è un consorzio di ricerca che coinvolge 25 strutture ed è condotto in 15 nazioni con un totale di 20 “laboratori viventi”. Ha come obiettivo di aumentare la capacità della società e dei corpi politici a rispondere alle sfide che la digitalizzazione genera nell’agricoltura, in campo forestale e nelle aree rurali.

Torniamo a Oosterwold: quali sono le difficoltà incontrate dagli olandesi?

Circa 1800 persone si sono già insediate e la loro organizzazione è molto varia. L’80% ha un lavoro al di fuori dell’area. Si va dalla famiglia con esperienza agricola che nei suoi 40 ettari ha creato una fattoria con 20 appartamenti regolarmente affittati e a cui provvede la fornitura di frutta e verdura direttamente prodotti; al cittadino che senza alcuna conoscenza né esperienza si lancia nell’avventura della produzione alimentare; a quello che avendo la terra a disposizione la fa coltivare da qualcun altro non della zona che ha la voglia di coltivare ma non ha il terreno per farlo. Si è anche sviluppata un’economia di scambio di prodotti e un senso di appartenenza comunitario. La digitalizzazione è il sostegno di questa esperienza: tutti i neo residenti sono collegati a Internet e possono ricevere informazioni, consigli, aiuti tecnici e seguire corsi specifici di formazione.

La ricerca da un lato evidenzia i limiti dell’esperienza e dall’altro individua le soluzioni. Il punto comune ai 20 siti europei considerati come laboratori viventi è che non si ha a che fare con agricoltori (con conoscenze, tradizioni, abitudini), ma con persone volonterose alla scoperta di un nuovo modo di vivere e di società. Si tratta allora di capire definire e accompagnare questi nuovi contesti definibili come ecosistemi urbani.

Idea geniale? Forse.

Possibile replicare l’approccio? Difficile, per vari limiti da considerare.

In Olanda si hanno nuovi terreni strappandoli al mare, in altre nazioni europee i terreni “esistono” e occuparli anche parzialmente con nuovi insediamenti significa sottrarre superfici agricole – spesso di buona o ottima qualità – alla produzione alimentare di prossimità alla città.

Lo scempio di terreno fertile cui abbiamo assistito negli ultimi 50 anni dovuto alla crescita delle città, e che tuttora continua, sarebbe stato più “accettabile” se fosse avvenuto con i parametri di Ostserwolde? Forse no. Roma Parigi o Londra per esempio avrebbero una estensione forse doppia dell’attuale, ma come aspetto positivo avrebbero usato un’economia basata sullo scambio e una diversa concezione della società rurale …

Sicuramente è qualcosa che va testato e seguito, soprattutto accompagnato con intelligenza dalle amministrazioni pubbliche, specie ora che cresce l’esigenza di un ritorno nelle zone rurali da parte delle giovani generazioni.

Continueremo ad interessarci a questo progetto e alla sua evoluzione.http://desira2020.eu/about-us/