esperienze in Italia

Favignana

Ci hanno scritto alcuni lettori sulla nostra posizione contraria alla costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Chiariamo: siamo “contro” non perché lo consideriamo irrealizzabile. Il mondo è pieno di esempi che dimostrano che tecnologicamente è possibile costruire in zone sismiche o in condizioni anche più estreme di Scilla e Cariddi: Giappone, Stati Uniti, Sud Est asiatico. Siamo “contro” perché il ponte sullo stretto non può essere considerato una priorità. Le motivazioni economiche che vengono sottolineate sono a nostro avviso ingiustificate, a cominciare da quelle relative ai trasporti, da privilegiare via mare riducendo quelli su gomma. L’abbiamo scritto nel precedente bollettino. Ma ci viene chiesto cosa intendiamo per priorità.

Più che per definizioni proviamo a spiegarci con un esempio concreto.

Favignana, isola regina delle Egadi di fronte a Trapani in Sicilia, ma si potrebbe trattare di una qualsiasi delle isole attorno alla Sicilia o del resto d’Italia.

Vista dall’aereo Favignana ha l’aspetto di una farfalla, due pianure con una collina che le raccorda. Abitata da circa 3 o 4 mila abitanti ufficialmente residenti, l’isola era autosufficiente e rinomata per la pesca del tonno e per la sua tonnara, una storia gloriosa e antica. Oggi (assieme alle altre due isole Levanzo e Marettimo) è Area Marina Protetta, meta turistica di massa, dove in estate si arriva a punte di 45-50mila presenze, con picchi anche di 70mila.

Via via le attività economiche più importanti sono state abbandonate, a partire dalla pesca/industria del tonno. L’agricoltura, una volta attività economica al pari della pesca e della tonnara, si è da tempo ridotta drasticamente: per l’alimentazione l’isola dipende da forniture che arrivano via mare. Terreni una volta produttivi sono stati trasformati in residenze da affittare e in pratica si vive solo del turismo che si concentra principalmente in due-tre mesi estivi.

Peccato però che le “strutture e servizi” dell’isola sono e rimangono quelli previsti per 3000 persone. A parte le abitazioni che sono spuntate come funghi in tutti i luoghi dell’isola, tutto il resto dipende dalla “terra ferma” alias dalla Sicilia, a partire dall’acqua “potabile” che si continua a trasportare con le navi cisterne. L’elettricità è prodotta in loco con potenti motori diesel. Il sistema sanitario è dotato di un pronto soccorso che presenta grosse difficoltà: i malati o feriti più gravi devono essere evacuati in elicottero o con gli aliscafi. I pompieri sono praticamente impossibilitati ad agire sia perché senza grossi mezzi di intervento, sia perché il personale va e viene quotidianamente con gli aliscafi. Esiste un impianto di depurazione delle acque reflue, costruito da oltre dieci anni e abbandonato a se stesso, mai messo in funzione e mai collegato alla rete fognaria… In pratica “tutto” finisce al mare anche nei luoghi frequentati. Infatti, indipendentemente dalla recente pandemia, da svariate estati circolano virus che inducono diarree, febbre o altri sintomi.

Si potrebbe obiettare che mancano i soldi … e invece così non è. Grazie a sovrattasse e balzelli, i fondi ci sarebbero per gli interventi strutturali, tipi rete fognaria, impianti fotovoltaici e di desalinizzazione, investendo maggiormente in salute e sicurezza … come mai allora? Forse l’apatia nasce dall’incapacità di fare comunità e di ribellarsi a un sistema di gestione clientelare e individuale strutturato sul “tutto e subito” e su “se non verrai tu, verranno altri”. In altre parole, resta più vantaggioso difendere il “guadagno” che combattere il degrado, nonostante le pesanti conseguenze pagate anche dagli stessi residenti dell’isola.

Perché preoccuparci noi, se chi ci vive non reagisce? Perché la situazione di questa isola è emblematica di quella di tutte le piccole e medie isole dell’Italia. Un piano di razionalizzazione, recupero, messa in sicurezza, permetterebbe un turismo distribuito su più mesi, meno di rapina sia ambientale che economica. Si riaprirebbero opportunità di lavoro per le nuove generazioni che potrebbero contare più su attività a lunga scadenza e meno su contratti stagionali. Si otterrebbe un uso del suolo per produzioni agricole o di allevamento più consono alle necessità delle comunità locali e meno alle installazione di edifici.

Basterebbe rilanciare un piano nazionale PNRR non sulle grandi mega società di costruzioni, ma sulle strutture più vicine sia alle necessità che al controllo delle popolazioni interessate. Ma quanto potrebbe costare un piano nazionale di tale portata, che coinvolgerebbe centinaia di comuni e migliaia di persone in tutta Italia?

Forse quanto il ponte sullo Stretto di Messina …

E abbiamo accennato qui solo una delle priorità del nostro territorio.